Where Dreams Come True © 2025 Linda Lee Ratto
CAPITOLO UNO
Abbastanza grande per andare a scuola
Sarah Miller si è svegliata di soprassalto. “Eccolo! Il mio primo giorno nella scuola Amish!” Era lunedì, il giorno dopo la festa del suo ottavo compleanno. Il cuore di Sarah batteva forte mentre si alzava dal letto prima ancora che il gallo cantasse. Persino la sua camera da letto sembrava eccitata.
La mamma sbirciò nella stanza di Sarah, con il suo semplice vestito blu e il grembiule inamidato che si muovevano con la freschezza del mattino. “Mi sembrava di averti sentito, Sarah. Vedo che l'uccello mattiniero sta prendendo il volo. Papà dice che puoi saltare la mungitura mattutina delle mucche in questa prima settimana di scuola”. La mamma si infilò l'ultimo spillo nei capelli biondi e grigi, completando il suo aspetto ordinato sotto la cuffia.
“Oh, grazie, mamma”, disse Sarah e abbracciò le ginocchia della mamma. “Per favore, aiutami con i capelli e la cuffia”. La mamma spazzolò i capelli dorati della figlia. Mmm… che bella sensazione farsi spazzolare i capelli pensò e chiuse gli occhi per godersi la gentilezza. La mamma finì di spazzolare, poi pettinò, separò e appuntò i riccioli di Sarah. “Il regalo della nonna è perfetto”. Sarah sorrise alla sua cuffietta bianca inamidata nello specchio a mano.
“Sì, Sarah. La nonna ne ha cucite tante di cuffiette di cotone bianco. È molto brava, anche se il tessuto di cotone è difficile da inamidare così bene. Tutte le brave alunne di Amish ne hanno bisogno di una così”. La mamma appuntò l'ultimo ricciolo di Sarah, nascondendo ogni filo sotto la cuffia di compleanno.
“La nonna non le ha fatte per ogni singola alunna nata nella nostra città di Amberg?”. La mamma fece cenno di sì.
Sarah ricordava la storia raccontata spesso dagli adulti del suo villaggio. Erano passati quasi nove anni da quando avevano attraversato il grande mare poco prima che Sarah nascesse. Da quando Amberg si era insediata nello Stato della Pennsylvania la nonna aveva confezionato decine di cuffie e berretti neri per i nuovi scolari della piccola comunità. Aveva fatto cuffie e berretti per il freddo, per il caldo e adatti a qualsiasi circostanza sociale: riunione in chiesa o in città, soprattutto per la scuola.
La mamma toccò la guancia di Sarah, sorridendo da occhi blu a occhi blu: “Stai sognando di nuovo, figlia mia?”.
Sarah sorrise. “È una brava nonna”. Sarah trasalì, sentendo gli stivali di papà sul pavimento della cucina in legno dorato. “Mamma, sto già facendo tardi a scuola?”.
La mamma ridacchiò. “Oggi siamo in anticipo di un'ora, c'è tanta emozione e felicità nei nostri cuori per il tuo primo giorno di school*”.
“Goodt.* Intendo dire bene”. Sarah ha corretto la sua stessa parola. “Mamma, ora dobbiamo parlare un inglese più corretto, della Scuola, non School”.
Le sopracciglia grigio-chiaro della mamma si alzarono, quasi fino alla riga dei capelli. Sarah continuò: “Marta si è presa gioco delle mie parole ieri alla festa di compleanno". Sarah abbassò la voce, cercando di non parlare male di nessuno. Sapeva che non era la maniera Amish, quella consisteva nel parlare e pensare sempre con amore. “Mamma, Marta ha detto che la signorina Burke vuole che in classe si parli solo inglese americano. Ora noi siamo Amish americani, non Amish tedeschi”.
“Ya”*. La mamma annuì e prese Sarah in braccio. “Mi correggo: Sì, Sarah. Ho sentito parlare della signorina Burke. Sta cercando di fare il meglio in questo nostro nuovo Paese. Il tedesco non è più parlato dalla maggior parte delle persone qui".
Sarah diede un'ultima occhiata allo specchio con la cornice di legno che teneva in mano e strinse il collo della mamma. “Sei bravissima con i miei capelli, ma presto dovrò imparare a sistemarli da sola".
La mamma baciò la fronte di Sarah e disse: “Stai diventando veramente grande, quindi ti insegnerò tutto io. Grazie, mia madchen*... oh, volevo dire mia ragazza".
“È meglio che io mangi allora, per darmi forza. Voglio pensare e parlare bene”, disse Sarah. La mamma portò la figlia in braccio nella loro cucina riscaldata, perché le gambe corte di Sarah non camminavano. Le sue gambe sono cresciute solo un po’ e poi si sono del tutto fermate. Non si sono più mosse, non hanno mai gattonato, né camminato.
Il padre, uomo di poche parole, disse: “Guten morgen*, Sarah. Sei troppo grande ora per guardarmi così con la tua nuova cuffia". Il padre prese Sarah tra le sue braccia fresche e pulite di mattina. Sarah sentì i suoi muscoli attraverso la camicia bianca inamidata. Le sorrise e le baciò la fronte, poi la fece accomodare delicatamente sulla sua alta sedia.
Sarah accarezzò il legno di quercia che Poppy aveva levigato per lei così bene. “Papà, Poppy è un ottimo costruttore di sedie”, disse Sarah. “Ogni mattina quando mi siedo su questa sedia per iniziare la giornata, è come se Poppy mi abbracciasse e dicesse ‘guten morgen’ * oh, dovrei dire ‘ buongiorno’”. Sarah si muoveva e ridacchiava. Amava Poppy, il padre di suo padre. Le faceva sempre il solletico e la faceva ridere.
I Miller pregarono: “Signore, benedici questo cibo nei nostri corpi, nel tuo nome, Amen”. Mangiarono uova fresche strapazzate dalle proprie galline. Sarah pensò che sua mente fosse strapazzata come le uova, c'erano così tante cose da fare.
“Sarah, mi occuperò io della mungitura e di dare da mangiare agli animali. Tu preparati per la scuola. Quando tornerò leggeremo la Bibbia insieme. Alzandoci così presto la mattina dobbiamo saper sfruttare il nostro tempo con saggezza”.
“Per me va bene, padre. Il Signore mi aiuterà a vivere questa giornata nel modo migliore, lo so". Sarah si girò sulla sedia e si mise a pancia in giù sullo scivolo di legno liscio che la riportava al pavimento. La mamma le passò i tovaglioli di stoffa. Lei si strisciò verso il lavandino. La mamma prese Sarah in braccio e la mise sulla lastra di pietra fresca vicino al lavandino. Sarah si avvicinò al lavandino e risciacquò i tovaglioli della colazione.
La mamma lavò i piatti mentre Sarah li asciugava. Tutto era pronto per la lettura speciale della Bibbia.
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“Cook-Coo, Cook-Coo, Cook-Coo, Cook-Coo, Cook-Coo, Cook-Coo!”
Sarah guardò il cook-coo, un uccellino canterino fatto a mano. Ricordava bene la storia dell'orologio “coo-coo”. Sua madre teneva in grembo questo speciale orologio di legno per tutto il viaggio sulla nave proveniente dalla Germania. Sarah sorrise e inspirando apprezzo gli odori della colazione. La sua casa era accogliente, calda e piena di bei ricordi. Ne stanno arrivando di nuovi! pensò. Finalmente si sentiva più simile agli altri bambini, più grande. Era una vera scolara. “Oggi ho del extra tempo per me. Non voglio arrivare a scuola in ritardo il mine* primo giorno ". La mamma sistemò i piatti asciutti sui loro scaffali e chiuse gli armadietti di legno dorato.
“Il mio primo giorno”. La mamma corresse Sarah.
“Sì, mamma. Il mio primo giorno, non mine”.
Papà aprì di scatto la porta della veranda. “Ah, lavoratori veloci, menti veloci”, dichiarò. “Sarah, oggi andrai bene, lo so. Anche Dio se ne occuperà, visto anche che stiamo pregando in più in questa bella mattina di primavera”. Diede a Sarah un caloroso abbraccio con il fresco proveniente dall'esterno e la fece sedere di nuovo sulla sedia alta.
“Salmo 91”, pronunciò il padre. Aprirono le loro Bibbie e lessero insieme ad alta voce: “Chi abita nel riparo dell'Altissimo riposa all'ombra dell'Onnipotente... Egli ti coprirà con le sue piume e sotto le sue ali troverai rifugio...". La mamma strinse la mano di Sarah mentre le sue lacrime catturavano la luce della lanterna. Sarah sorrise e ricambiò la stretta. Sapeva che la mamma aveva paura che i bambini la facessero sentire diversa. Era un problema di alcune famiglie. La mamma cercava di nascondere la sua preoccupazione, ma Sarah sapeva che alcune persone pensavano e lo dicevano anche che Sarah non sarebbe stata in grado di essere alla pari perché non poteva camminare.
“La sua verità sarà il tuo scudo”, Sarah concluse il versetto ad alta voce e sospirò, raccogliendo una ciocca di capelli nella sua cuffia. “Credo nel mio Dio, soprattutto oggi. Neanche Marta e la sua lingua tagliente mi potranno far stare male. Ora sono più grande, Ya*", disse Sarah. I suoi genitori annuirono in accordo. “Sono abbastanza grande per andare a scuola. Sono abbastanza grande per essere forte”. I tre si strinsero le mani, chinarono il capo e dissero le preghiere finali in rispettoso silenzio.
Ruth Miller accompagnò la figlia a scuola con il loro cavallo e il calesse nero. La scuola era costituita di una sola classe, era fatta di mattoni rossi e si trovava dall'altra parte della comunità, a circa un miglio di distanza. La leggera brezza del mattino si sentì passare attraverso l'inamidata cuffia bianca di Sarah. “Mamma, vedo che hai fissato bene la mia cuffia. Mi abbraccia la testa. Porterò la sensazione del tuo abbraccio per tutto il giorno!". La mamma sorrise. Sarah vide di nuovo le lacrime della mamma. Sbatté velocemente le palpebre per fermare le proprie.
“Buon primo giorno, Sarah Miller”, salutò John Hinkle. Era il figlio tredicenne del diacono Hinkle ed era previsto come conducente del carretto rosso e l’aiutante di Sarah di lunedì - il primo giorno di scuola tra i mattoni rossi. Si avvicinò al calesse dei Miller. John era un giovanotto grosso e molto simpatico. Aiutò la mamma a tirare fuori il bel carretto di legno di Sarah.
”Apro io la porta a Sarah, signora Miller”, si offrì John. Fece scorrere la sedia con la coperta rossa fino al lato di Sarah del calesse. Sarah sorrise alla faccia tonda di John Hinkle e fece ciò che faceva spesso. Si rotolò fuori dal posto più alto del calesse e scivolò agilmente giù, per trovarsi sulla sua sedia ovattata da una bella coperta, esattamente lì dove doveva travarsi. John sorrise sorpreso sollevando le sopracciglia. “Oh!” disse John Hinkle. Il viso di Sarah si illuminò gioiosamente.
“Buona giornata a te, mia Sarah”, disse la mamma. Non ha voluto baciare Sarah di fronte al gruppetto di trentotto bambini della scuola. Si limitò a salutare velocemente, tornando verso le redini del calesse.
“Gut* - Voglio dire, buona giornata anche a te, mamma. Ora sei libera di correre senza di me. Non dovrai più portarmi in giro per casa”. Sarah sorrise e salutò. Sarah vide le lacrime della mamma brillare sulle sue guance al sole del mattino. “Mi mancherai, mamma!” esclamò Sarah, salutandola mentre la mamma scompariva dalla vista. John spinse dolcemente Sarah sul vialetto sterrato fino al gradino inferiore in mattoni della scuola. L'unico suono che la raggiungeva era quello del cavallo e del calesse della mamma che si allontanavano.
Sarah si sentì addosso bei 76 occhi dei compagni di classe.
Mamma! pensò Sarah. Gli occhi la fissarono. Sarah era prossima alle lacrime. Sarah sbatté le palpebre e fece un respiro profondo, balzando fuori dal suo carretto. Scrutò i sei gradini in salita e in discesa della scuola ed varco velocemente la massiccia porta di legno della scuola. Sarah sussurrò dentro di sé: “Mi mancherà la mamma, ma ora devo imparare dagli altri. Mostrerò loro che, anche se non posso camminare, posso muovermi e pensare bene come gli altri, ya*. Sono forte!
La signorina Burke, la maestra non sposata di Amberg, aprì la porta intagliata e fece cenno agli alunni di entrare. Il suo grembiule bianco inamidato, che copriva un formale abito nero Amish, ondeggiava rigido nella brezza. La signorina Burke lo appianò rapidamente con le mani.
Sarah deglutì a fatica quando vide il solito sorriso a labbra dritte della signorina Burke. Sarah passò davanti ai suoi stivali neri di pelle, ben allacciati, sorridendo il più possibile. John la seguì a ruota. “Siediti qui accanto a me, Sarah”, sussurrò John. Sarah vide che i bambini la guardavano, e distolse subito lo sguardo. Sarah pensò: “È meglio che tratti tutti con lo zucchero, non con una goccia di aceto. Meglio dire poco e sorridere molto. Sorrise alla signorina Burke, poi a Lily, la quattordicenne amica di Sarah, seduta con alcune ragazze più grandi. Sorrise anche agli altri studenti che la guardavano. Sorrise di nuovo a John, salendo sulla panca di legno fino al suo posto.
John, notando quanto fosse seduta in basso, impilò la maggior parte dei suoi nuovi libri e la sollevò in cima. “È molto bello, John. Grazie”, mormorò lei. Ora poteva vedere anche gli altri. Rifletté a lungo e poi disse: “John, non pensare che io sia arrabbiata con te, ma oggi ascolterò soltanto e non parlerò. Ti parlerò durante il pasto di mezzogiorno. Non voglio perdermi nulla di questo primo giorno di scuola”.
John annuì. “Questo è intelligente, perché se la Signorina Burke fa una domanda e tu non l’hai ascoltata, dovrai per punizione sederti nel angolo di fronte a tutta la classe.” Le sopracciglia di Sarah si sono alzate fino ai capelli. Ha deglutito ingoiando un rospo in gola.
Sarah ascoltò attentamente la signorina Burke che leggeva una storia sui numeri. Lavorò con John, scrivendo l'alfabeto con il gesso bianco sulla nuova lavagna. Le piacque ascoltare una storia della Bibbia letta da Hilda, una tredicenne bionda dagli occhi nocciola. Sarah notò che John si pettinava i capelli castani ondulati con le dita quando ascoltava Hilda. Sarah si sentiva più sveglia che mai.
Sarah si sentiva come se fosse stata trasferita in un'altra vita. Le piaceva la scuola e amava molto imparare. Ora sono finalmente come gli altri bambini.
“Qual è la parola inglese per kaninchen*? Sarah?” domandò la signorina Burke.
Sarah ricordava tutto della storia letta dalla signorina Burke, prima di quella di Hilda. “Coniglio, signorina Burke”, rispose Sarah. Stava per concludere la risposta con 'ya'*, ma si ricordò che la signorina Burke insegnava inglese americano in questa scuola Amish. 'Ya' era il tedesco Amish. Sarah trattenne la lingua con orgoglio.
La signorina Burke annuì con la sua bocca rigida. La signorina Burke sorrideva mai?
Sarah si accorse che Marta la guardava in modo strano. Perché Marta mi guarda così male? Samuel, un altro bambino di otto anni, suonò la campanella di ottone della scuola per il pranzo. Sarah non aspettò John. Scese dalla pila dei libri, scivolò sulle scale della scuola e si fece trovare direttamente sulla sua speciale sedia rossa. John l’ aveva parcheggiata nell'erba per evitare che rotolasse. Sarah era impegnata a masticare delle fette di mela alla cannella quando John si approcciò a lei.
“Sei veloce, Sarah Miller”. John rise mentre la tirava verso i tavoli da picnic sotto un acero verde e rigoglioso. Aveva un cappello di paglia a tesa larga per ripararsi il viso dal sole di mezzogiorno. I compagni di classe si sistemarono ai tavoli da picnic in legno intorno all'albero, ma nessun altro si sedette accanto a loro.
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Sarah guardò gli occhi color nocciola di John. Le ricordavano quelli di Hilda. “John, sei stato furbo a parcheggiare la sedia in modo che non rotolasse”.
“Non intelligente quanto te, Sarah. Sei così giovane, ma con la testa sei molto grande, Ya", John tirò fuori il suo formaggio e il suo pane.
“Non sono così intelligente né così veloce come nei miei sogni”.
John non capiva cosa intendesse. “Sogni? Io non ho sogni, Sarah”.
“Oh John, io ho sogni chiari e precisi come le foglie di questo acero”.
“Forse faccio dei sogni, ma non li ricordo”.
“John, dovresti provare e riprovare ancora a ricordarteli una notte. È meraviglioso. Io sogno persino di poter volare!”.
John sorrise tornando a gustare la sua fetta di pane grossa e croccante. “Questo, Sarah, è meglio non raccontarlo. La signorina Burke penserà sicuramente che hai dei grilli in testa, se lo dici alla classe”. Masticò il boccone, osservando attentamente il volto di Sarah.
Sarah rise forte. John è divertente. Pensa, io con i grilli in testa! Si guardò intorno, notando di nuovo molti occhi su di lei. Si calmò e sussurrò: “I miei sogni li condividerò solo con te, John”.
John annuì e si infilò in bocca un biscotto di zucchero. Lo buttò giù rapidamente. “Sì, ho sentito parlare di sognatori ed ora conosco te. I sognatori devono essere persone intelligenti, se sei un sognatore".
Sarah sentì il suo viso illuminarsi come il sole. Si sentiva grande accanto a John. Devo stare attenta a quel che dico. La gente Amish non insegna ne parla dei sogni, parla quasi sempre di cose pratiche. Sarah si leccò le dita coperte di miele, pensierosa. Perché mi fissano così? Tutti i bambini della scuola conoscevano Sarah.
La loro città, Amberg, comprendeva solo venti famiglie e quarantanove bambini, compreso i neonati. Tutti conoscevano tutti. Tutti erano venuti insieme dalla Germania attraverso il grande oceano, ed avevano sempre pregato e lavorato uno a fianco all'altro Sarah masticava lentamente il pane zuccherato, mentre i giovani la fissavano a lungo e intensamente, come se fosse la prima volta che l'avessero visto Sarah. Sono come voi, non sono diversa. Mi conoscete, ma non disse nulla ad alta voce. I bambini della scuola continuavano a mangiare ai tavoli lisci e levigati, parlavano tra di loro e continuavano a fissarsi a vicenda.
“Sono contenta che la mamma abbia messo una fetta di pane in più con del miele di trifoglio. Oggi ho fame”, disse Sarah a John. Forse, se mi terrò occupata di parlare con John, non sentirò così tanto i loro occhi addosso". John annuì. La famiglia di John produce un ottimo miele dai suoi alveari. Sarah voleva far sentire bene John e mantenersi occupata, così disse: "Il più dolce dei mieli è il vostro miele di Hinkle. Mi fa venire l’acquolina in bocca.
John sorrise in segno di silenzioso ringraziamento. Guardandosi intorno, anche lui cominciò a notare gli occhi addosso. “È un giorno importante, Sarah. L’apprendimento consuma l’energia, dunque, dobbiamo mangiare anche se siamo prevalentemente seduti e non muoviamo il corpo. La mente lavora sempre. Tu, invece, muovi il tuo corpo tutto il giorno, così consumi velocemente l’energia". John parlò rapidamente, sperando di attirare l'attenzione di Sarah su sé stesso, piuttosto che sugli altri.
A Sarah piaceva John, anche se era molto più grande di lei, quasi quattordicenne. L'anno successivo si sarebbe diplomato per lavorare a tempo pieno nelle fattorie. Per quanto fosse più grande, cercava comunque di capire gli altri. Dava ascolto nel profondo dei suoi capelli castagni ondulati e sotto il cappello di paglia larga tesa. John è un ottimo aiutante, pensò Sarah, ma non disse nulla.
All'improvviso, gli occhi di Sarah si illuminarono con un'idea. “John, mi sono appena ricordata di aver sognato di fare un salto con la corda la notte scorsa, ed oggi ho portato la corda con me. Io terrò la corda da una parte e tu trova chi tenga l'altra parte", disse Sarah. Ripiegò il tovagliolo di stoffa a quadretti rossi nel cestino del pranzo e tirò fuori la corda da sotto la coperta del suo carretto rosso.
“Io terrò da una parte, tu dall’altra. Se iniziamo a girare, qualcuno verrà sicuramente a saltare”, disse John. Così si misero a girare la corda cantando la canzone dell'Abecedario (ABC): “A sta per Anna e vive ad Amberg... B sta per Ben e lavora nel fienile... C sta per Cornelius...”.
Presto i bambini si riunirono, si misero in fila e a turno cominciarono a saltare e cantare: “D sta per David...”.
Sarah respirò profondamente, sedendosi più dritta sul prato. Era molto orgogliosa e felice di essersi ricordata del suo sogno di saltare con la corda.
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“Siamo a casa!” John e Sarah annunciarono la loro presenza attraverso la porta d’ingresso mentre John sollevava Sarah per farla entrare dentro casa.
“Oh, mia Sarah, come è bello vedere il tuo viso. La casa senza di te sembra vuota”. La mamma abbracciò Sarah mentre la toglieva dalle braccia di John. “John, ti prego, resta per i biscotti di zucchero con la cannella e il latte fresco”.
“Grazie, signora Miller, ma so che mia madre mi vuole a casa per le faccende. Devo andare”, disse John.
“John, vorrei che tu fossi il mio aiutante tutti i giorni, ma ci vediamo presto, venerdì mattina. Ora devi essere libero di lavorare e studiare per conto tuo”, disse Sarah, abbracciando John per ringraziarlo. “Tieni, prendi un biscotto per tornare a casa. Goditi la tua passeggiata senza di me”. “Grazie, piccola Sarah”, disse John.
Leccò il biscotto alla cannella di circa 15 centimetri. “Ma io sono già libero e ho scelto di aiutarti per far sentire libera anche te. Con la tua mente e i tuoi sogni, credo tu faccia sentire tutti un po' pigri”. John ridacchiò. “Auf wiedersehen*, Signori Miller. Oh, scusatemi. La signorina Burke mi rimprovererebbe per aver usato il tedesco. Buonanotte, Signori Miller”.
“Sì, buona serata John Hinkle e saluta la tua famiglia”, disse la mamma. Sarah raccontò alla mamma la sua giornata, tranne degli sguardi fissi dei compagni. Mangiò tre enormi biscotti alla cannella e bevve due bicchieri di latte.
All'improvviso, gli occhi di Sarah si riempirono di lacrime.
“Cosa c'è, figlia mia?” Chiese la mamma. Tolse la cuffia bianca dalla testa di Sara liberando i suoi riccioli dorati e umidi. Toccò la fronte di Sarah con il palmo della mano.
“Sarah, hai febbre? Hai la febbre!”, gridò la mamma.
“Sono un po' stanca, mamma”.
“Gli alunni del primo anno devono riposare, non lo sapevi? E si sa perché”, disse la mamma.
Sarah guardò negli occhi spenti e preoccupati di sua madre. “Ya*. Ho dei compiti da fare prima che faccia buio, ma un riposino mi farà bene”. Sussurrò Sarah e appoggiò la testa sulle proprie mani in cima al tavolo di cucina. Sfiorò la tovaglia a scacchi rossi. Nach* - Casa. È così bello essere nach*, pensò Sarah, sbattendo a lungo le palpebre. Non le importava di pensare in tedesco, più di quanto avesse fatto per tutto il giorno. Era molto, molto stanca.
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CAPITOLO DUE
Sogni e ricordi di Sarah
“Wheee!” Sarah esclamo quando i suoi riccioli biondi e soleggianti si sciolsero nel vento. La sua cuffia inamidata fluttuò come un aquilone sulla schiena, con le corde legate al mento che svolazzavano. Sorvolava sopra i campi e giù per le colline, tra il grano ondeggiante di mais, alto e maturo, sfiorando le cime. “Sono libera!” Sarah gridò alle pannocchie di mais marroni con i loro gambi pelosi che ondeggiavano e sfrigolavano nel vento caldo.
Sarah si risvegliò. Realizzò di essere nel suo letto, toccando le sue ancora corti gambe. “Ya, le mie gambe sono ancora piccole e ancora non funzionano”, sussurrò. Annusò la dolce brezza primaverile che entrava dalla finestra della sua camera. Era solo un sogno, io non posso volare veramente.
Ancora sogni, sempre sogni...
Si passò le dita sui suoi riccioli bagnati e dorati. La febbre alta le aveva investito tutto il corpo. Facendo un altro respiro, chiese ad alta voce: “Che giorno è, che ore sono mia bambola Susannah? Non mi sento bene. Ya, non sto bene”, sussurrò in un tedesco mezzo Amish.
Stiracchiandosi le gambe, si chiese: “Se faccio un pisolino come oggi ogni pomeriggio, anche se non sono malata, sognerò lo stesso di correre veloce o di volare? Sarah guardò le sue tende di pizzo danzare nella brezza.
“Mamma?”, chiamò a bassa voce, perché sapeva che la mamma era sempre a portata di mano. “Sarah?” Come in un sogno subito apparve sua madre. “Oh, figlia mia, vedo che sei sveglia”. Si mise ad accarezzare Sarah nel suo letto. I capelli biondo-argentato della mamma profumavano come il bucato fresco che aveva appena steso ad asciugare. Il suo amore toccò Sarah fino alle dita dei piedi.
Mamma toccò la fronte di Sarah e accarezzò i suoi capelli umidi. “Hai ancora la febbre. Come stai?” Sarah non disse nulla e rimase accovacciata tra le braccia di sua madre. “Ti ricordi di esserti addormentata sul tavolo della cucina dopo la scuola? È successo due ore fa. Papà ha già cenato e sta uscendo per la mungitura serale. Non è ancora buio, quindi è ancora il primo giorno di scuola”. La mamma coccolò le guance di Sarah tra le sue mani. “Adesso dovresti aver fame, è ora di cena”.
No, mamma. Io...” Le braccia di Sarah sembravano cadere giù come le tagliatelle all'uovo che Grandpoppy preparava sempre di sabato. “...Io non mi sento molto bene”...
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